"Il coraggioso muore una volta,
il codardo cento volte al giorno.
" (Giovanni Falcone)

venerdì 13 gennaio 2012

Allarme mafia

“Non è possibile escludere il ricorso a nuovi ed efferati atti dimostrativi”, da parte della mafia. E’ quanto sottolinea la Direzione Investigativa Antimafia nella relazione semestrale al Parlamento. In particolare, ‘Cosa nostra’ palermitana, ‘’sembra essere ancora impegnata in un progetto di rifondazione che trova il principale punto di forza nel rafforzamento delle strutture organizzative di base, le famiglie, al fine di consolidare un argine di difesa rispetto alle pesanti disarticolazioni subite e di mantenere l’efficienza del controllo criminale del territorio”. In questa fase di riorganizzazione della compagine mafiosa, ”continuano a permanere le competenze ‘ordinamentali’ dei cosiddetti mandamenti, mentre sembra non trovare spazio il tentativo, espresso in passato, di ricostituzione della commissione provinciale, organismo di vertice un tempo deputato alla definizione delle scelte strategiche condivise”.

mercoledì 4 gennaio 2012

Le tasse, gli italiani ed Equitala

C’è chi pensa che gli attacchi di questi giorni a Equitalia siano degli squallidi gesti criminali fatti da persone nutrite a pane e violenza; mentre altri pensano che siano le giuste conseguenze di anni di ingiustizie e malversazioni contro il contribuente. C’è poco da dire: né l’una né l’altra.

di Giacomo Lagona
Anni di carte bollate hanno portato l’italiano a combattere una guerra tra poveri contro il fisco: da una parte il povero, che diventa sempre più impoverito dalle continue tasse e balzelli che uno Stato inefficace propone quando si trova con l’acqua alla gola; dall’altro il fisco, Equitalia, che pretende di essere l’inquisitore di turno perché il cittadino, il povero, cerca comunque di fregarlo due volte su tre. La madre di tutte le risoluzioni diventa la violenza.

I cittadini vogliono pagare le tasse, ma delle tasse eque in cui tutti ci sentiamo padroni dello Stato che sovvenzioniamo. Equitalia si comporta invece come il feudatario del Medioevo: è tutto mio, a te spettano solo gli avanzi, le briciole.

Diciamo pure quanto sia controproducente non pagare le tasse – quelle che per dovere civico servono a foraggiare lo Stato e in cambio riceviamo servizi - diciamolo però con cognizione di causa. Le tasse ci vengono rigirate sotto forma di sanità migliore, scuola pubblica all’altezza del nostro futuro, trasporti puntuali ed eccellenti, strade in ordine e mantenute in perfette condizioni, eccetera eccetera. Paghiamo le tasse perché lo Stato siamo noi, quindi se non le paghiamo ci freghiamo con le nostre stesse mani. Così almeno dice il manuale di educazione civica che abbiamo imparato a scuola.

Purtroppo in Italia funziona meno egregiamente di come avremmo sperato.

Noi crediamo che il fisco, nel nostro caso lo chiamiamo Equitalia, sia un petulante signorotto con i canini sporgenti pronto a succhiarci la nostra linfa vitale appena ne ha l’occasione. E lo crediamo perché funziona davvero così!

Equitalia è come il furbetto del quartierino che ti frega appena gli dai le spalle. Gli impiegati agli sportelli non fanno nulla per agevolarci negli imprevisti, anzi ci trattano con sufficienza se – per caso – perdiamo tempo e facciamo ingrossare la coda di altri impoveriti come noi che faranno esattamente le stesse cose che stiamo facendo noi allo sportello. L’impiegato a sua volta è un altro impoverito come noi, solo che col suo magico badge a tracolla si crede il padreterno sceso a fustigare gli impoveriti senza banda magnetica griffata Equitalia.

Noi consideriamo Equitalia un mariuolo, Equitalia considera noi degli evasori. Solo che la forza in campo è impari. Quando un impoverito chiede giustizia per un torto subìto, Equitalia ha la forza e le potenzialità per andare fino all’ultimo grado di giudizio spendendo un mucchio di soldi. I nostri soldi.

La certezza c’è del resto: chi, tra gli impoveriti, arriverà a sostenere tutti i gradi della giustizia ordinaria, con i costi che lievitano ad ogni approccio, sapendo che se paga il torto subìto risparmierà un botto? Siamo in tanti eh?

Ecco, questo è il caso del “petulante signorotto con i canini sporgenti” che dicevo poc’anzi.

Se aggiungiamo la percezione che la stessa non fa affatto l’interesse comune, bensì quello dei pochi eletti – casta, politici, arraffatori, chiamateli come volete -, a questo punto il cerchio si unisce e diventa un nodo scorsoio sul nostro collo. Il paradosso è poi vedere l’auto-esternazione di noi impoveriti quando il Fisco, quello vero con la F maiuscola, se la prende col commerciante che non fa lo scontrino, come se la piccola evasione è meno colpevole della grande evasione.

Su una cosa siamo tutti d’accordo: ben vengano i controlli a Cortina a caccia di evasori non-impoveriti, perché la caccia alle streghe (ricche) è assolutamente giusta. Peccato però per i cortinesi che dall’anno prossimo vedranno calate le prenotazioni a causa di un Fisco troppo ingombrante, peccato davvero. Certo che se sleghiamo il cane, poi, non possiamo lamentarci che mangia tutto e non solo gli avanzi. Non so se mi spiego.

Potrebbe rischiare seriamente di essere ucciso nel giro di poche settimane


Di Fabio Giuffrida

La tv antimafia in tre stanze la chiama il quotidiano “La Repubblica”, quasi sbalordito di come una tv così piccola sia in grado di destare tanto scalpore e sia in grado, con mezzi e risorse appena sufficienti, di portare avanti una battaglia più grossa di loro e che tanto gli è costata.

Dalla rottura di quattro costole a Pino Maniaci ai danneggiamenti della macchina di Telejato. La definiscono una tv comunitaria con sede a Partinico. Una gestione familiare, uno studio più piccolo della vostra cucina e poca tecnologia. Non ci sono le luci che eliminano le rughe di Barbara D’Urso né il maxischermo che tutti gli studi Mediaset e Rai possono permettersi. Non si pagano cachet: Maniaci non legge soltanto le notizie come avviene in un normale telegiornale. E’ una conduzione atipica, con una durata piuttosto lunga. E’ lui, in prima persona, che scende in strada, che dice la sua e che fa grosse insinuazioni. Cose che tutti sanno e che vorrebbero dire ma che, per un motivo o un altro, non dicono. Forse per paura, forse per omertà.

Lui non ha paura di nessuno. Si fa il doppio nodo della cravatta: trucco che gli ha insegnato il padre e che gli ha permesso di sventare un tentativo di soffocamento da parte del mafioso di turno. Pino Maniaci non ama i salotti televisivi né ama fare il “giornalaio” come qualche pseudo giornalista ancora si ostina a fare. Non ama stare dietro una scrivania a comporre odi e fare lodi. Ha la lingua lunga: non per leccare ma per sputtanare. Per smascherare chi meriterebbe di stare in carcere e chi continua a stuprare il territorio siciliano. Se non ce l’ha fatta la mafia ad eliminare Pino Maniaci, adesso potrebbe riuscirci il digitale terrestre: per la tv comunitaria Telejato non ci sarebbe più spazio e, quindi, sarebbe costretta a chiudere i battenti e a mettere nel cassetto la sua storica battaglia contro la mafia. Il digitale terrestre avrebbe dovuto garantire maggiore pluralismo d’informazione ma, stando così le cose, aprirà le porte ai soliti potenti imprenditori e regalando canali a gò gò alla Rai che non sa più cosa sperimentare: Rai Storia, Rai4, Rai5, Rai Gulp.. Manca soltanto Rai “Boh”! Il problema non è soltanto che Telejato potrebbe chiudere, il vero dramma è che Pino Maniaci potrebbe rischiare seriamente di essere ucciso nel giro di poche settimane: la Mafia opera al buio e solo al buio non ha paura di nessuno. Al buio può uccidere, al buio la mafia si trasforma in un “bullo” e fa la strage.

Se Telejato chiudesse, Maniaci diventerebbe un normale cittadino, povero e pazzo, chiuso nella sua casa che, non avendo più potere mediatico, non conta più niente. Non influenza più nessuno. Non fa paura a nessuno, e per questo può essere eliminato. Tra l’indifferenza di tutti. Ma i più Pino Maniaci non lo conoscono: sono troppo presi dalle dinamiche del “Grande Fratello” o ancora dalle finte e odiose faccine di Barbara D’Urso. Pino Maniaci, e questo nessuno lo sa, ha dovuto affrontare 300 querele e, udite udite, non è iscritto all’Albo dei giornalisti. Ha sempre rifiutato di iscriversi perché non ne ha avuto il tempo. Basta tornare indietro nel tempo, in realtà, per capire quale fosse lo scopo dell’Albo e dell’Ordine dei Giornalisti: nati nel fascismo per garantire “filtraggio e selezione politica” degli aspiranti giornalisti. Un modo per dire: chi non si allinea ai “valori” del regime fascista, può tapparsi la bocca. Chi ha una buona condotta e vuole trasformarsi in cassa di risonanza del Duce, può pubblicare tranquillamente. E sembra quasi paradossale pensare che Mussolini fosse un giornalista.. Fino ad oggi troppi sono stati i giornalisti (e non i figli di papà, laureati magari in “Scienze della Comunicazione” ma senza arte né parte) che sono morti per raccontare la verità: da Giuseppe Fava a Peppino Impastato. Speriamo adesso non sia la volta di Pino Maniaci. “Siamo tutti Telejato” chiede al Governo di riservare alle tv comunitarie un numero di frequenze tali da garantire il pluralismo che la nostra Costituzione contempla, ma che finora non è mai riuscita a garantire. Vuoi per aver regalato ai partiti politici il servizio pubblico, vuoi per non aver mai controllato l’informazione in mano ai privati, ai soliti editori pieni fino al collo di conflitti d’interesse e d’implicazioni mafiose, vuoi per gli insensati contributi all’editoria.

martedì 3 gennaio 2012

Grillo, le tasse e le bombe: ecco come la pensa il comico Beppe Grillo giustifica gli attentati. Ma la protesta non può violare la legge. E intanto ar


È legittimo che, nella propria resistenza all’ingiustizia statale, si arrivi a giustificare azioni terroristiche? Può un libertario sottoscrivere le parole di Beppe Grillo, che ieri ha sostenuto che «se Equitalia è diventata un bersaglio bisognerebbe capirne le ragioni oltre che condannare le violenze »? Chi legittimamente non crede nello Stato e non ama l’imposizione fiscale può esprimere una qualche forma di simpatia per la violenza degli attentati contro i dipendenti di Equitalia? No, assolutamente no, e questo perché la violenza a danno di innocenti non può trovare alcuna giustificazione.

La situazione si fa per giunta ogni ora sempre più delicata, dato che ieri pomeriggio una busta contenente un proiettile, destinata al direttore di Equitalia a Torino, è stata intercettata dal personale di Poste Italiane del centro di smistamento del capoluogo piemontese. E all’interno c’era anche un biglietto, che riportava soltanto la firma «Anarchia». Ma questo genere di anarchia che colpisce alla cieca non ha nulla a che vedere con la libertà che ognuno deve impegnarsi a difendere. Quanti si collocano nella tradizione autenticamente liberale e libertaria ritengono infatti che gli uomini godano di diritti naturali. In altre parole, ognuno dispone di diritti che nessuno può violare, e si tratta di diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà. Il liberalismo è una teoria (oltre che una pratica) che guarda all’altro come a un soggetto che non può essere aggredito.

Non c’è dubbio che Equitalia sia una realtà che, per tante ragioni, agisce in modo odioso: perché su questo punto Grillo ha ragione.È la longa manus di uno Stato cialtrone e un’agenzia posta a difesa di una tassazione da rapina che colpisce i ceti produttivi del Paese. Ma proprio le ragioni che militano dalla parte di quegli artigiani epiccoliimprenditoriingiustamentemaltrattati obbligano anche a stare dalla parte dei dipendenti di Equitalia, che poco o nulla sono responsabili delle nefandezze del sistema statale.

Ritorniamo alle tre parole-chiave sopra ricordate: vita, libertà e proprietà. La proprietà è fondamentale, perché chi sottrae le risorse di altri e pretende di vivere alle sue spalle sta aggredendo un altro uomo. Ma il primo dei tre termini ricordati fa proprio riferimento alla vita, e quindi all’incolumità di ognuno di noi. Ed è esattamente questo che manca nelle parole di Grillo, dato che non è possibile nemmeno in parte giustificare l’azione di chi,spinto dell’ideologia, mette a rischio persone innocenti.

Quando si spediscono pacchi esplosivi e si diffonde il terrore colpendo alla cieca, non c’è alcuna alternativa alla più netta condanna. Se si minacciano padri di famiglia che hanno l’unica colpa di essere impiegati in Equitalia esattamente come potrebbero esserlo al Catasto, a quel punto vuol dire che è venuta meno ogni umanità, e ogni capacità di rispettare il prossimo. La tradizione liberale difende la proprietà proprio perché, al primo posto, mette la dignità dell’uomo.

Naturalmente da secoli la violenza è un tema cruciale nel dibattito sulla giustizia, e tra il XVI e il XVII secolo molti teologi hanno sostenuto la legittimità di uccidere il tiranno. In difesa di queste tesi si schierarono pure numerosi autori della Seconda Scolastica, che rielaborando il pensiero tomista giustificarono questa forma estrema di autodifesa. Ma nessuno di loro ha mai pensato che fosse accettabile pugnalare nella notte un funzionario senza colpe. L’opposizione alprelievo da rapina che colpisce gli italiani è legittima, ma essa va praticata senza mai uscire dalle logiche liberali e senza violarne i principi. Volere «meno Stato» e «meno tasse» è giusto: non solo è necessario dal punto di vista economico, ma è doveroso dal punto di vista giuridico. Tale resistenza deve allora avvenire nel nome del diritto, e non contro di esso.

domenica 18 dicembre 2011

"Calandrino e l’elitropia"

RIASSUNTO

L’ottava giornata ha per tema la beffa. Lauretta racconta una burla ai danni dello sciocco di turno: Calandrino.

Calandrino, personaggio realmente esistito, è il semplice, lo sciocco per antonomasia (ad un livello ancora superiore a quello raggiunto da Guccio Porco) e la cosa peggiore è che Calandrino è convinto di essere furbo. Proprio tale caratteristica fa partecipare positivamente il lettore alla burla, quasi che Calandrino meritasse il crudele scherzo di cui è vittima.

A Firenze, un "dipintore" chiamato Calandrino ha per amici altri due "dipintori": Bruno e Buffalmacco, uomini molto più furbi di lui e che spesso lo prendevano in giro approfittando della sua stupidità.

Trovandolo nella chiesa di S. Giovanni ad osservare il Tabernacolo coinvolgono in un crudele scherzo. Maso, un altro amico, illustra a Calandrino le virtù delle pietre preziose che si trovavano in terre lontane come la famosa terra di Bengodi nella quale si legavano le vigne con le salsicce e vi era una montagna di formaggio parmigiano grattugiato sopra la quale vi erano persone che cuocevano maccheroni in brodo di cappone e li buttavano giù. In questo paese vi era ovviamente un fiume di vernaccia.

Molto interessato Calandrino chiede dove fosse tale paese. La risposta di Maso conferma i dubbi dell’uomo: è lontano più di "millanta" miglia, "più là che Abruzzi".

Comunque pietre preziose si trovano anche vicino la città: nel Mugnone. Fra queste pietre vi è l’elitropia, la pietra che dona l’invisibilità.

Alle tre del pomeriggio ("ora della nona") Calandrino propone a Bruno e Buffalmacco di cercare la famosa pietra (nera) che avrebbe dato loro la ricchezza. Concordano di andare al Mugnone la domenica mattina.

Arrivati sul posto Calandrino raccoglie tutte le pietre nere che trova e, verso l’ora di pranzo, è così carico di pietre che quasi non ce la fa più a camminare.

I due amici iniziano a fingere di non vederlo e Calandrino non parla per non far scoprire loro di aver trovato la pietra che dona l’invisibilità.

Lo prendono anche a sassate.

Il colmo della beffa: mentre Calandrino torna in città nessuno lo saluta, quindi egli non ha dubbi circa la sua invisibilità.

Arrivato a casa Monna Tessa, la moglie, lo rimprovera perché ha fatto tardi per il pranzo. Calandrino picchia la moglie. Spiegherà agli amici di essere molto sfortunato: aveva trovato l’elitropia ma sua moglie ne aveva annullato la virtù perché le donne, è risaputo, fanno perdere la virtù a tutte le cose.



PERSONAGGI

Il Boccaccio non ha descritto l’aspetto fisico dei personaggi eccezion fatta per Monna Tessa, ma le informazioni date nella novella sono sufficienti; risulta facile immaginarli.

*
* CALANDRINO, uomo del popolo ignorante ma soprattutto credulone e sciocco, si distingue dalle figure presenti nelle altre novelle perché la sua comicità non è data dalla sua stoltezza bensì dal fatto che egli vuole essere scaltro. Egli pretende di volgere a suo vantaggio quella che è una beffa e, cosa peggiore di tutte, non ha neanche capito di essere stato beffato. Una figura realmente meschina e negativa.
*
* GLI AMICI, uomini perdigiorno, senza una particolare moralità, anche loro sono più sciocchi di quanto non credono; il loro scherzo si rivela un dramma ma continuano a ridere senza pietà e senza rivelare nulla allo stesso Calandrino.
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* La povera Monna Tessa, l’unica figura positiva della novella che non può opporsi alla furia del marito e che viene crudelmente percossa a causa della stupidità non solo di lui ma anche e principalmente degli amici del marito. È la dimostrazione del livello di soggezione che le donne medievali avevano in una società guidata dall’uomo.



DIMENSIONE SPAZIO-TEMPO

La narrazione, si svolge in tre quadri ambientati in luoghi e tempi diversi:

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* A Firenze nella chiesa di S. Giovanni al mattino.
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* Al Mugnone, la domenica mattina.
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* Nella casa di Calandrino subito dopo l’ora di pranzo.



GIUDIZIO

Non sono mai riuscito a ridere di questa novella, il riso appare alquanto amaro e vorrei che le cose fossero andate diversamente.

Calandrino e la elitropia – Boccaccio

* Descrizione: Calandrino è un uomo semplice, pittore per professione. Ha come grandi amici Bruno e Buffalmacco, che si divertono a prenderlo in giro. Anche Maso del Saggio vuole deriderlo e, raggiunto Calandrino in chiesa comincia a narrare, prima di Berlinzone che si trovava nella contrada di Bengodi, terra dove il cibo abbonda, poi della Elitropia, una pietra che trova a Mugnone, e avrebbe la particolare virtù di rendere invisibile la persona che la possiede.
* Tipologia: Superiori
* Testo completo: Calandrino è un uomo semplice, pittore per professione. Ha come grandi amici Bruno e Buffalmacco, che si divertono a prenderlo in giro. Anche Maso del Saggio vuole deriderlo e, raggiunto Calandrino in chiesa comincia a narrare, prima di Berlinzone che si trovava nella contrada di Bengodi, terra dove il cibo abbonda, poi della Elitropia, una pietra che trova a Mugnone, e avrebbe la particolare virtù di rendere invisibile la persona che la possiede. Udite queste cose, Calandrino va a cercare Bruno e Buffalmacco e gli racconta tutto quello che ha udito. Bruno e Buffalmacco decidono che questa può essere una buona occasione per sbeffeggiarlo. Si accordano per partire domenica e andare a Mugnone. Una volta là, passano tutta la giornata a cercare invano la pietra. Verso ora di cena Bruno e Buffalmacco fanno finta di non vedere Calandrino, per fargli credere che abbia trovato la pietra e gli elargiscono calci e lanciano sassi. Poi tornano a Firenze. Calandrino ancora invisibile li segue. Tornato a casa, sua moglie, Tessa, lo vede e lo rimprovera per il suo ritardo. Calandrino, credendo che la donna abbia rotto l’incantesimo della elitropia, la malmena. Bruno e Buffalmacco entrano in casa di Calandrino e, facendo finta di non sapera che cosa sia successo, chiedono dov’era finito e perché picchiasse Tessa. Raccontato tutto Bruno e Buffalmacco fanno riappacificare Calandrino e Tessa, raccontando che le donne fanno decadere il potere della pietra. Calandrino, come al solito, crede a tutto quello che gli viene raccontato.
La novella di Calandrino è la terza dell'ottava giornata del Decameron ed è narrata da Elissa. L'Ottava giornata ha per tema le beffe fatte o da una donna a un uomo o da un uomo a una donna o da un uomo a un altro uomo. La novella è scandita in tre sequenze distinte, che danno vita a tre scene di grande vividezza drammatica:
- i preliminari della beffa, di cui è architetto Maso del Saggio, e che si svolgono in San Giovanni;
- la ricerca della pietra magica lungo il Mugnone;
- il ritorno a casa di Calandrino e lo svanire dell’illusione di possedere la pietra.
Nella prima sequenza l’abilità illusionistica di Maso del Saggio appare analoga a quella di frate Cipolla: anche qui la beffa consiste nel far credere ad una persona semplice le realtà più strampalate e inverosimili. Torna il gioco di far apparire prodigioso ciò che è comunissimo e torna anche la costruzione labirintica della parola, che sembra dire il contrario di ciò che afferma in realtà. Il sogno del paese dell'abbondanza, dove è possibile mangiare a sazietà, è chiaramente la proiezione fantasticamente rovesciata di un mondo, dove quotidianamente i ceti inferiori dovevano lottare con la fame. Nella seconda sequenza, la ricerca della pietra lungo il Mugnone traduce in azione la beffa
semplicemente architettata nella prima parte. La beffa può funzionare solo grazie al calcolo accorto, alla sapiente preparazione pratica, all'abilità e prontezza nell'agire, alla capacità illusionistica della parola. A ben vedere, però, l'intelligenza dispiegata nella beffa giocata a Calandrino è diversa da quella usata per superare un ostacolo, fuggire una difficoltà, ottenere un vantaggio. Nella beffa di Maso, Bruno e Buffalmacco si ha un esercizio puro dell'intelligenza, assolutamente gratuito e fine a se stesso. Un beffatore è come un puro artista, che si compiace solo di esercitare la sua arte. senza alcun altro fine. Attraverso la beffa, l'intelligenza crea una sorta di realtà parallela a quella effettuale. È una realtà prodotta interamente dall'uomo, di cui egli ha pieno dominio, che può manipolare a piacere. L'uomo, in questo mondo fittizio che egli stesso crea, ha una sorta di onnipotenza divina. La beffa, insomma, diviene metafora della capacità dell'uomo di costruire e dominare il reale, attraverso l'intelligenza, la parola e l'azione. Nella terza sequenza viene alla luce un aspetto nuovo di Calandrino: non è solo lo sciocco credulone, facile preda dell'intelligenza dei benfattori, nell'accanimento con cui batte la moglie emerge un suo fondo violento e maligno. È un lato del suo carattere che si poteva già sospettare nella sua insofferenza per il lavoro e nel progetto di usare la pietra magica per derubare i cambiatori di moneta. Inoltre Calandrino è pronto a comportarsi in modo disonesto verso Bruno e Buffa1macco, quando, convinto di possedere la pietra, si guarda bene dal rivelarlo agli amici. Nella violenza contro la moglie si manifesta poi il pregiudizio misogino, la convinzione superstiziosa che le donne facciano perdere la virtù alle cose.
Personaggi principali della novella:
- Calandrino: protagonista di quattro novelle del Decameron, è un pittore fiorentino dei primi decenni del sec.XIV. Nelle pagine del Boccaccio diventa il prototipo della sciocchezza umana, la più completa antitesi di quello spirito di accortezza e di intelligenza mondana, che si incarna in tanti personaggi del Decameron. Non è però la sua una sciocchezza inerte, una stupidità rassegnata e tranquilla. Alla fine Calandrino, beffato, deve ancora ricorrere ai suoi amici, da cui è stato beffato, per evitare guai peggiori e, senza mai sospettare dell'inganno patito, ringraziarli di quanto essi fanno per lui o pregarli per riavere la loro amicizia. Eppure, nonostante tutto, Calandrino ritiene di essere furbo.
- Buffalmacco: Bonamico di Martino da Firenze è un pittore italiano della prima metà del XIV secolo. Di questo importante artista, probabilmente fiorentino, documentato tra il 1315 e il 1340, attivo dapprima a Firenze, poi ad Arezzo e infine a Pisa, danno notizia diverse fonti storico-artistiche del XIV-XVI secolo. Buffalmacco compare come personaggio di alcune novelle del Decameron del Boccaccio, nella veste di pittore furbo e burlone. Gli è attribuito il grandioso ciclo di affreschi con il Trionfo della Morte, il Giudizio Universale e la Tebaide, nel Camposanto di Pisa, capolavoro dell'arte pisana e uno dei più splendidi cicli pittorici italiani del Trecento.
Calandrino, come Bruno e Buffalmacco, è un pittore realmente vissuto nella prima metà del Trecento. La caratterizzazione professionale di Calandrino è sottolineata nella sua prima apparizione all'interno della chiesa di San Giovanni, dove egli è «attento a riguardare le dipinture e gli intagli del tabernacolo». A questo realistico interno cittadino si contrappone idealmente la geografia favolosa e burlesca di luoghi fantastici, qui del paese di Bengodi. L'alterazione fantasiosa delle prospettive spaziali non fa dimenticare a Calandrino che il vero luogo della ricchezza fiorentina è rappresentato dalle banche, che egli fantastica di svaligiare avvicinandosi non visto alle «tavole dei cambiatori». I movimenti dei personaggi sono sempre scanditi da una rapida, ma precisa geografia urbana. Il greto assolato del Mugnone è lo scenario di una beffa che assume aspetti surreali e che continua sulla strada del ritorno, dal Mugnone «infino alla porta a San Gallo». Il rientro in città, «le guardie de' gabellieri» che fingono di non vedere Calandrino, la casa vicina al canto della Macina, il quartiere deserto nell'ora del desinare, l'interno domestico con la fiera battitura della moglie sono altrettanti scenari realistici perfettamente funzionali i al movimento dei personaggi e al compimento della beffa.

sabato 10 dicembre 2011

Intimidazioni mafiose: Agrigento capofila

Un’intimidazione o una minaccia mafiosa ogni 36 ore. E’ questa la media con la quale ormai viaggiano gli amministratori e i dipendenti pubblici locali. Al sud ma, sempre più spesso, anche al centro-nord. L’Associazione Avviso Pubblico, nel rapporto che presenterà oggi a Roma, le ha messe in fila: nel 2010 gli episodi sono stati 212. In 145 casi (68% del totale) nei confronti di amministratori locali, in 23 casi (11% del totale) nei confronti di personale della pubblica amministrazione, in 11 casi (5% del totale) nei confronti di candidati a ricoprire un ruolo politico, in 8 casi (4% del totale) nei confronti di parenti degli amministratori in carica e in 6 casi (3% del totale) nei confronti di ex amministratori. A questi dati vanno aggiunti i 19 casi (9% del totale), che sono stati registrati come atti vandalici nei confronti dei municipi o di altri uffici comunali. Le regioni con il maggior numero di episodi di intimidazioni e minacce sono al sud – Calabria con 87 casi (41% del totale), Sicilia con 49 (23% del totale) e Campania con 29 casi (14% del totale) – ma non mancano casi di intimidazioni pesanti nei confronti di sindaci, assessori, consiglieri e funzionari della pubblica amministrazione anche in Sardegna (25 casi, il 12% del totale), Puglia (11 casi, 5% del totale) e, in numero limitato, nel Lazio (5 casi), Liguria (3 casi), Basilicata, Abruzzo e Marche (1 caso ciascuna). La situazione appare particolarmente grave in Calabria dove ben il 13,7% delle amministrazione comunali (56 su 409) ha subito almeno una minaccia, intimidazione o attentato nel corso del 2010. Il dato diventa ancora più preoccupante nelle province di Crotone e Vibo Valentia, zone caratterizzate dalla presenza di cosche particolarmente violente. Nella prima la percentuale arriva al 18,3% (5 comuni su 27) e nella seconda al 18% (9 comuni su 50). Seguono Cosenza (13,5%) e Reggio Calabria (12,3%). La Calabria è attualmente la regione più colpita anche dagli scioglimenti dei consigli comunali per infiltrazione mafiosa (7 comuni commissariati più la Asp di Vibo Valentia), un fenomeno che non poche volte si è incrociato con quello delle intimidazioni. I Comuni dove si sono registrati più casi di intimidazione e di minaccia nel 2010 sono stati quelli di Isola Capo Rizzuto (Crotone) Sant’Agata d’Esaro, Fuscaldo e Rossano (Cosenza), Catanzaro e Lamezia Terme, Reggio Calabria. Anche in Sicilia percentuali molto alte. A esempio nella provincia di Agrigento risulta colpito almeno una volta il 16,3% dei comuni (7 su 43). Segue Caltanissetta con il 13,6%. Più casi di intimidazioni e minacce si sono registrati ad Agrigento, Favara (Agrigento), Partinico e Caccamo (Palermo), Gela e Niscemi (Caltanissetta). In Campania il dato più significativo è per la provincia di Napoli con il 13%. In particolare, i fatti censiti nel rapporto di Avviso Pubblico hanno evidenziato minacce e intimidazioni nei comuni di Portici, Castellamare di Stabia e Boscoreale. In Sardegna si segnalano, in particolare, i comuni di Ottana e Siniscola (Nuoro). Le minacce e le intimidazioni non si fermano neppure davanti alle amministrazioni sciolte per mafia dove operano le commissioni prefettizie. Tra il 2008 e il 2010 in Sicilia sono stati interessati i comuni di Siculiana (Agrigento) e Vallelunga Pratamento (Caltanissetta); in Campania il Comune di Arzano (Napoli); in Calabria i comuni di Rosarno e Condofuri (Reggio Calabria); in Puglia i Comuni di Surbo (Lecce) e Francavilla Fontana (Brindisi); nel Lazio, infine, il Comune di Fondi.

La classifica per province

Le province con il maggior numero di episodi di intimidazioni e minacce sono ancora al Sud. In Calabria la provincia che registra il maggior numero di casi è Cosenza (25 casi), seguita da Reggio Calabria (22 casi) e Catanzaro (21 casi); In Sicilia la provincia che registra il maggior numero di casi è Palermo (17 casi), seguita da Agrigento (10 casi), Catania (6 casi) e Caltanissetta (5 casi). Le province di Messina, Ragusa e Trapani fanno registrare 3 casi ciascuna; 2, invece, sono i casi in provincia di Siracusa. La somma delle minacce e delle intimidazioni registrate in provincia di Palermo e Agrigento (27 casi) è superiore alla somma degli altri episodi di intimidazioni verificatisi nel resto delle province siciliane (22 casi). Nessuna minaccia e intimidazione risulta dalla provincia di Enna. In Campania la provincia di Napoli registra il dato in assoluto più elevato di minacce e di intimidazioni rispetto alle provincie di Caserta, Salerno e Benevento (20 casi contro un totale di 9). Non risultano minacce segnalate nella provincia di Avellino. In Sardegna sono le province di Nuoro e di Cagliari quelle dove si registrano il maggior numero di atti intimidatori nei confronti di amministratori locali con, rispettivamente, 9 e 6 casi. In Puglia la maggior parte delle minacce e delle intimidazioni si registra nella provincia di Barletta-Andria-Trani (4 casi) e, in numero inferiore, nelle province di Lecce e di Foggia (2 casi ciascuno).

I primi mesi del 2011: La Calabria si conferma anche per il 2011 come la regione dove gli amministratori locali subiscono più intimidazioni e minacce. Nel focus di Avviso Pubblico sono stati censiti 26 episodi. La provincia più colpita è Reggio Calabria (10 casi), seguita da Crotone (6 casi), Vibo Valentia (4 casi), Catanzaro e Cosenza (3 casi ciascuno). Da rilevare che nel corso di quest’anno si sono registrate delle intimidazioni e delle minacce nei confronti di donne-sindaco: in particolare nei comuni di Isola Capo Rizzuto, Monasterace e Rosarno. In provincia di Reggio Calabria è stato ucciso un consigliere comunale. In Sicilia 12 casi, la maggior parte dei quali è concentrata nella provincia di Agrigento (8 casi), seguita da quella di Caltanissetta e Palermo. In Sardegna 7 casi, in Puglia 5 casi, in Campania 3 casi. Le minacce nei confronti di amministratori locali e funzionari di pubblica amministrazione si sono registrati anche nel centro-nord. In particolare, ancora una volta in Liguria, a Ventimiglia, e per la prima volta in Toscana, nei confronti del sindaco di Follonica (Grosseto), Eleonora Baldi. (fonte: r.galullo@ilsole24ore.com)

domenica 16 ottobre 2011

rifondazione mafiosa Cosa Nostra agrigentina forte e radicata si sta riorganizzando. Viene da lontano e vorrebbe andare lontano. Michele Scimè

La stagione degli attentati.
Da sei mesi a questa parte in ogni angolo della provincia non passa settimana senza che si senta parlare di auto date alle fiamme, di portoni bruciati, dell'invio di messaggi macabri. Mai come adesso in provincia di Agrigento s'era registrato un così alto numero di attentati intimidatori. In passato ad essere bersaglio delle intimidazioni sono stati imprenditori e commercianti, le categorie solitamente vittime del racket delle estorsioni. Ma il mirino della malavita organizzata nell'Agrigentino da qualche tempo a questa parte s'è decisamente spostato - e questo è il dato preoccupante - all'indirizzo di amministratori comunali, di esponenti del mondo della politica e dei sindacati. E' un vero e proprio accerchiamento, un attacco concentrico nei confronti di quella classe dirigente che si appresta a gestire la pioggia di miliardi che sta per arrivare coi Patti sociali, coi Patti territoriali, coi contratti d'area e con i fondi europei di Agenda 2000, per investimenti sul territorio che vanno dalla tutela e la valorizzazione delle risorse naturali al potenziamento della viabilità ed a quello di settori in difficoltà come quelli dell'agricoltura e dell'artigianato.
In totale per la Sicilia si tratta di qualcosa come ventimila miliardi di lire. Di questi, ben duemila entro settembre saranno già a disposizione della Regione. E ancora, giusto per farsi un'idea: per la sola provincia di Agrigento e per i soli Patti sociali si parla di ben 780 miliardi. Cifre che naturalmente scatenano gli appetiti. Mettere le mani su questa montagna di soldi è chiaramente l'obiettivo principale di Cosa Nostra. E che si tratti di una vera strategia messa in atto dalla criminalità organizzata e non di episodi non collegati tra loro lo si evince dall'analisi della situazione di Cosa Nostra in Sicilia ed in provincia di Agrigento in particolare.

Radiografia di Cosa Nostra agrigentina.
Il punto di partenza è il riassetto degli equilibri all'interno di Cosa Nostra agrigentina dopo i duri colpi subiti dai clan malavitosi all'indomani delle stragi di Capaci e Via D'Amelio. Molti boss mafiosi della provincia sono in carcere. Da un pezzo sono dietro le sbarre uomini d'onore di particolare spessore come Giuseppe Fanara e Salvatore Fragapane di Santa Elisabetta, Calogero Salvatore Castronovo e Cesare Lombardozzi di Agrigento, Giuseppe e Luigi Putrone di Porto Empedocle, Simone Capizzi di Ribera. Insomma, quelli indicati dagli unici due pentiti agrigentini, gli empedoclini Pasquale Salemi e Alfonso Falzone, per mezzo dei quali s'è potuta ricostruire la mappa mafiosa della provincia di Agrigento dei primi anni novanta. Quel che a prima vista appare strano è la mancanza di segnali di dissidi tra personaggi emergenti di Cosa nostra, di guerre intestine per la leadership delle cosche. Niente faide, insomma, solo silenzio. La striscia di sangue della guerra di mafia degli anni 80 è solo un ricordo sbiaditissimo. Allora di mezzo c'era anche la Stidda a creare ulteriori situazioni d'attrito tra le cosche di mezza Sicilia, ma allora come oggi c'erano soprattutto da rimpiazzare i vecchi boss, a quell'epoca finiti sotto i colpi della lupara, oggi caduti nella rete della giustizia. Oggi, pur rimanendo la necessità di un ricambio generazionale ai vertici delle "famiglie", non si muove foglia.
All'interno delle famiglie mafiose regnano la pace e l'armonia. Basti pensare che l'unico omicidio avvenuto in provincia al quale gli investigatori hanno attribuito una probabile matrice mafiosa, ma è anche l'unico di quest'anno, risale a febbraio ed ha avuto per vittima un piccolo imprenditore ed ex consigliere comunale di Alleanza nazionale di Sant'Angelo Muxaro, Salvatore Vaccaro Notte, freddato da due colpi di lupara tre mesi dopo che i sicari (gli stessi?) avevano riservato identico trattamento al fratello Vincenzo.
Insomma, la lupara non "canta" più con la frequenza di una volta. Che Cosa Nostra agrigentina attraversi un momento di difficoltà? O, molto più verosimilmente, che un po' in tutte le consorterie c'è accordo assoluto. La mafia - come poco più di un mese fa abbiamo sentito dire al sindaco di Palma di Montechiaro, Rosario Gallo - sta rialzando la testa. E che Cosa Nostra sia viva e vegeta nell'Agrigentino lo attesta pure l'elevato numero di latitanti altamente pericolosi che, come afferma il procuratore aggiunto di Palermo, Sergio Lari, nella zona sono almeno quindici, assistiti da una rete di complici che molto spesso riesce a rendere vani gli sforzi sostenuti dalle forze dell'ordine per la loro cattura.

La vittoria dei "moderati".
La conferma che i clan stiano attraversando una fase di riorganizzazione arriva puntuale dall'ultimo rapporto semestrale del 1999 della Direzione investigativa antimafia. Secondo la Dia, per quasi tutto il 1998 Cosa Nostra è stata travagliata da un conflitto intestino tra due correnti; una fazione, detta dei "moderati", con a capo Bernardo Provenzano, l'altra, detta degli "stragisti", capeggiata da Leoluca Bagarella, Vito Vitale e Totò Riina. La prima tendente a minimizzare la visibilità della organizzazione, la seconda decisa invece ad assumere un atteggiamento di apertissima contrapposizione allo Stato. Ora, gli investigatori non escludono che la stagione dello scontro intestino sia definitivamente tramontata, ma pare che a porre fine al conflitto delle famiglie mafiose siciliane sia stata l'attività repressiva dello Stato. Le numerose operazioni e le centinaia di arresti hanno determinato la decimazione dell'ala "stragista" alla quale gli uomini d'onore della provincia di Agrigento avevano pure aderito per mezzo del loro rappresentante, Salvatore Fragapane. Ma, sia che usi il fioretto (leggi lupara), sia che usi la spada (leggi bombe), l'obiettivo primario di Cosa Nostra è - come ha rilevato la Dia - quello di "recuperare ricchezza puntando sugli appalti".
Le indagini hanno permesso di accertare che ultimamente i proventi delle estorsioni risultano appena sufficienti al mantenimento delle "famiglie" e che per le cosche i profitti del traffico di droga sono in forte e costante diminuzione. Gli introiti del traffico su scala regionale, e soprattutto in riferimento al territorio provinciale agrigentino, non sono più quelli di una volta. Anche per via "delle numerose ed incisive operazioni di polizia susseguitesi negli ultimi anni che hanno fortemente indebolito le strutture mafiose nel loro complesso consentendo così ad altre grandi organizzazioni criminali, soprattutto straniere, di inserirsi nel lucroso mercato internazionale della droga".

Ritorno al futuro: il sistema Siino.
Considerato che la componente predominante in Cosa nostra è quella che fa riferimento a Bernardo Provenzano si può ragionevolmente presumere che l'organizzazione seguirà la strategia indicata dal capo. "È prevedibile - sostengono gli investigatori della Dia - che questi cercherà in tutti i modi di realizzare un sistema di condizionamento degli appalti sotto il suo esclusivo controllo. Si può ipotizzare in tal senso che egli possa riprendere, con le modifiche e gli adattamenti del caso, il cosiddetto "sistema Siino", avviato agli inizi degli anni '90 con Salvatore Riina, che consiste nella presa di accordi fra mafiosi ed imprenditori nazionali e locali per condizionare l'assegnazione di appalti". Premessa più che mai necessaria per la realizzazione del progetto è proprio quello che la Dia definisce "normalizzazione" di Cosa Nostra, cioè il recupero della unitarietà compromessa dall'ultimo e recente conflitto interno ed il successivo ripristino del pieno controllo del territorio. Quelle che erano le riflessioni degli organismi investigativi si stanno puntualmente tramutando in fatti concreti. E' già in fase avanzatissima il previsto "graduale ritorno della mafia siciliana agli antichi schemi vigenti prima degli eccessi di brutalità del periodo corleonese e della conseguente progressiva azione repressiva dello Stato".
La Dia aveva persino indicato i luoghi ideali in cui la rifondazione della nuova mafia avrebbe preso le mosse. Azzeccati anche quelli. "Per quanto è possibile desumere dalle risultanze investigative - era stato scritto alla Commissione parlamentare antimafia - l'area geografica ove Cosa Nostra sembra poter disporre di una situazione più favorevole appare quella di pertinenza delle province di Trapani ed Agrigento, grazie all'assenza di ogni conflittualità interna ed esterna e ad una struttura associativa in grado di funzionare. In queste zone cosa nostra gode, quindi, delle condizioni migliori per realizzare un progetto di riorganizzazione delle "famiglie" mafiose e di rilancio delle attività economiche illecite".
Da qui il via, praticamente indisturbati in quell'Eden mafioso che è la provincia di Agrigento, alla raffica di minacce ed intimidazioni verso chi amministra la cosa pubblica.

La mappa delle intimidazioni.
Segnali forti ed inequivocabili. Una lepre morta ed una pallottola di fucile appese alla maniglia della porta dell'ufficio del sindaco diessino di Porto Empedocle, Orazio Guarraci, pochi giorni dopo una telefonata minatoria e poi ancora in fiamme l'auto del consulente tecnico del comune empedoclino, Alfonso Cusumano. Intimidazioni anche a Cattolica Eraclea per l'allora assessore allo sport Nino Miceli di Alleanza Nazionale.
Una lettera minatoria a Naro per Giuseppe Morello, alla guida di una giunta di centrosinistra. Fiori a domicilio, una corona secca, un tocco di raffinatezza, sull'uscio di casa invece per l'assessore allo sport di Favara, Salvatore Pirrera (Udeur).
A Palma di Montechiaro, fiamme appiccate per una vettura del consigliere comunale diessino e avvocato Melina Ingrao e per l'ingresso, al settimo piano, dello studio di un altro avvocato, il civilista Pietro Lauricella. Sempre a Palma nel giro di poche settimane s'erano registrati anche l'incendio della casa un imprenditore ed il sequestro lampo di un professionista del luogo. Tre attentati in tre mesi, un record, a Cammarata per Vito Lo Scrudato, membro del coordinamento locale dei Democratici e oggi assessore alla Pubblica istruzione: per lui due incursioni notturne da parte di ignoti nella sua casa di campagna e l'uccisione per avvelenamento dei suoi due cani. A Licata lungo la strada che porta a Campobello viene incendiato un camion precedentemente rubato ad un consigliere comunale.
Ad Agrigento le attenzioni non sono mancate pure per la sede della Cisl: prima il fuoco e alcuni giorni più tardi croci e fiori al portone d'ingresso.
Addirittura non l'ha fatta franca neppure la sede agrigentina della Dia, in Via Petrarca, dove due malviventi hanno eluso i meccanismi d'allarme, ma non le telecamere a circuito chiuso, prima di danneggiare la barra della porta carraia. Qualche giorno prima ad essere eluso, incredibilmente, era stato perfino il piantonamento permanente dei carabinieri davanti al Palazzo di giustizia, in Via Atenea, dove qualcuno lasciò delle croci in legno parzialmente bruciate. E per concludere la carrellata, l'ultimissimo episodio ci porta di nuovo a Porto Empedocle, da dove eravamo partiti. Le vittime stavolta sono due coniugi, Giuseppe Miceli e Claudia Infantino, due magistrati che operano nell'ambito civile e fallimentare. La loro auto parcheggiata davanti l'abitazione di Villaggio Bellavista è stata assalita dalle fiamme. Un attentato anche questo? Ancora non è chiaro. Intanto, il nuovo prefetto di Agrigento, Ciro Lo Mastro - la prudenza non è mai troppa - ha assegnato una scorta ai due magistrati.
E' tutta cronaca di questi mesi. Di episodi ne dimentichiamo sicuramente qualcuno, ma va detto anche che si tratta solo di quelli denunciati o divenuti di pubblico dominio. Tanto basta, comunque, per fare un quadro sufficientemente chiaro della situazione.

L'allarme della Dda.
Non molto tempo fa, i magistrati della Dda avevano consegnato un rapporto alla Commissione parlamentare antimafia facendo riferimento tra l'altro pure al sistema economico della provincia di Agrigento. "E' infiltrato e pesantemente condizionato dalla criminalità mafiosa", avevano scritto. "Di questo passo gli agrigentini finiranno col perdere ogni fiducia nello Stato di diritto accettando definitivamente di convivere con la mafia, sottoponendosi alle sue regole non scritte. Se si vuole evitare che i cittadini diventino sudditi di Cosa Nostra e delle altre organizzazioni criminali mafiose, occorre uno sforzo delle istituzioni che superi la soglia dell'ordinaria amministrazione, come viceversa fino ad adesso si è fatto".
Rilevavano ancora i magistrati palermitani la necessità di "accompagnare un'azione di rilancio su altri versanti non meno importanti come quelli dell'economia, dell'occupazione e dell'educazione scolastica che coinvolga tutte le forze politiche e civili". Tutto ciò tenendo naturalmente presente il rischio di infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni locali "che purtroppo sembra essere presente anche in territorio agrigentino e che richiederebbe più rigorosi limiti di ineleggibilità e di incompatibilità, oltre che maggiori controlli a monte e a valle".
Con quel documento la procura antimafia ha chiesto senza mezzi termini misure di potenziamento delle forze dell'ordine e della magistratura. Strumenti necessari "per la riaffermazione dei principi dello Stato di diritto" in provincia di Agrigento "dove la maggioranza dei cittadini onesti, che subisce con sofferenza lo strapotere mafioso, ha il diritto di ottenere dalle istituzioni un sufficiente grado di sicurezza ed operatività".

Gli agrigentini, l'indifferenza e la rassegnazione.
Pochi giorni prima che la Dda lanciasse il suo SOS, il prefetto di Agrigento, Giosuè Marino, in procinto di assumere il nuovo incarico a Messina, anch'egli senza mezzi termini e sulla stessa lunghezza d'onda dei magistrati antimafia, a più riprese aveva lanciato l'allarme sul momento particolarmente delicato. "Che in questa provincia la mafia sia forte e radicata non lo scopro io oggi. Il male è, purtroppo, la diffusa tendenza ad accettare l'illegalità. Il male è la rassegnazione. Allora bisogna scuotersi, capire che accettare la violenza vuol dire dare armi efficaci al nostro nemico. Bisogna partecipare, avere il coraggio della denuncia. E un riscontro circa la veridicità di quanto affermato dal prefetto Marino, a proposito della rassegnazione della popolazione agrigentina, si è avuto di recente. In un sondaggio, effettuato tra gli studenti del liceo classico "Linares" di Licata, si sono avuti dei risultati a dir poco sorprendenti che lasciano davvero l'amaro in bocca. Sentite: il 53,9% degli studenti ha sostenuto che "la morte di Falcone e Borsellino è stata inutile"; il 15,4% che "la mafia è un fenomeno connaturato alla nostra cultura di siciliani"; il 27,9% afferma che "la mafia, a suo modo, è un sistema garante di equilibrio e ordine". La chiave di lettura degli esiti del sondaggio tra i giovani licatesi non può essere che quella della rassegnazione nei confronti dello strapotere mafioso in questa terra. Così come ragione danno gli stessi risultati all'analisi dei magistrati della Dda che scrivendo all'Antimafia hanno chiesto una più incisiva azione dello Stato nell'ambito dell'educazione scolastica. Ma è pure maledettamente vero e preoccupante ciò che sostiene il procuratore della Repubblica di Agrigento, Ignazio De Francisci, quando dice che ad Agrigento e nella sua provincia troppo spesso si ha la sensazione che la popolazione viva nella più totale indifferenza, cioè che gli agrigentini stiano alla finestra per vedere chi vincerà tra lo Stato e Cosa Nostra.

Appalti pubblici, che fare?
Ma, tornando al discorso di commiato del prefetto Marino, non può essere trascurato il passaggio conclusivo. "Agrigento - aveva dichiarato - ha tutte le potenzialità per uscire fuori dalla marginalità perché ha intelligenze e voglia di riscatto. Voglio però mettere in guardia dai pericoli che la criminalità organizzata possa mettere mano sui tanti strumenti messi a disposizione dal governo nazionale e da quello regionale".
Già, impedire alla mafia di prendere il controllo degli appalti. Ma come? "L'idea proprio nuova non è, ma la soluzione potrebbe essere la riduzione delle stazioni appaltanti o, addirittura, l'eliminazione, per i Comuni, della possibilità di gestire appalti per somme che superino una certa soglia, modesta", ha suggerito, intervenendo qualche tempo fa ad un convegno, il procuratore Ignazio De Francisci. "Ogni amministrazione comunale - ha aggiunto il procuratore - è infatti esposta alla infiltrazione di Cosa Nostra che conosce bene uomini e cose e dai primi è perfettamente conosciuta, così da mantenere il proprio potere d'intimidazione. Forse, separando nettamente e fisicamente tutta la fase appaltante dal luogo ove i lavori andranno svolti, si riuscirà a limitare l'influenza delle organizzazioni criminali, di Cosa Nostra, nell'assegnazione dell'appalto. So bene che rimane la fase esecutiva, in genere lunga, sommamente esposta alle ritorsioni di tipo militare con scarse possibilità di difesa, ma almeno il problema andrà ridotto. Sul fronte delle indagini - ha concluso il magistrato - va poi approfondita l'idea del presidente della Commissione antimafia, sen. Del Turco, di delegare le indagini sugli appalti a una polizia specializzata, una sorta di Guardia nazionale sugli appalti. Non nego che in Italia abbiamo molte forze di polizia, secondo alcuni anche troppe, ma è certamente vero che una specializzazione per gli investigatori è necessaria e quindi in qualche modo va cercata e raggiunta, magari all'interno di organismi già esistenti". Intanto, quel che accade e che registriamo è l'immobilismo della classe politica cui fa da contraltare la preoccupazione di molti amministratori.

Un sindaco insensibile.
Forse non sarà stato l'unico. Forse molti altri sindaci agrigentini avranno fatto lo stesso. Ma il capo dell'amministrazione di un paese dell'Agrigentino ad altissima densità mafiosa, un sindaco per la verità poco sensibile alle pressioni ed alle intimidazioni, poche settimane fa ha deciso di scrivere alla Commissione Antimafia per segnalare anomalie in tema di lavori pubblici riscontrate nel suo Comune. Il fenomeno segnalato tuttavia si verifica con regolarità impressionante anche altrove. Dall'introduzione della cosiddetta "Merloni-ter", la legge 415 del 18 novembre 1998, con la quale sono state modificate le norme in materia di lavori pubblici, qualcosa è cambiato decisamente nelle gare d'appalto. Ecco ciò che ha voluto far sapere quel sindaco (di cui per ovvi motivi non vi diciamo altro): i lavori vengono aggiudicati con ribassi sugli importi base che progressivamente sono scesi da percentuali piuttosto alte (15-20 per cento e oltre) a percentuali ormai costantemente intorno allo zero virgola. Che sia un caso? Fatta la legge, trovato l'inganno? O il sistema mafioso di condizionamento degli appalti è già tornato ad essere operativo?

martedì 19 luglio 2011

l sacrificio degli uomini coraggiosi

I ragazzi della scorta di via D’Amelio, come i ragazzi della scorta di Capaci, ci guardano dalla foto del loro dolore. Il diciannove luglio del ‘92 morirono Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Ognuno aveva una storia da raccontare e una felicità da inseguire. E ci guardano dalla foto tessera. Non sapevano che quegli scatti sarebbero rimasti come unico pegno della loro vita e del loro sacrificio e che avrebbero riassunto tutto. Altrimenti, forse, avrebbero sorriso. E’ la dannazione delle fotografie. L’ultima non ti avverte. Non pensi mai che sia proprio l’ultima. L’affronti con la leggerezza di chi crede di avere ancora giorni e immagini da consegnare. E non ce ne saranno più.

I ragazzi della scorta, anche da morti, vanno veloci, come accadeva nel loro lavoro. A malapena sai a memoria i caduti per Falcone. Per Borsellino è più difficile. Devi cercare su Wikipedia. Perché siamo ingiusti nella commemorazione: prima il giudice, poi gli altri. Invece, sulla scala di sangue, il sorriso di Paolo vale quanto gli occhi di Emanuela. Loro adesso lo sanno. Noi dobbiamo impararlo. E cominciamo da qui. Da una foto col nome. Solo uno spazio bianco, la data. E il nome.

Teoria e tecnica del depistaggio E la lezione di Sciascia

L’Italia non è solo il Paese delle stragi. Ma anche, e soprattutto, del depistaggio. Non esiste vicenda giudiziaria “eccellente” avvenuta nel nostro Paese nella quale non sia comparso almeno un tentativo di “orientare” le indagini. Stranoti i depistaggi inerenti alle stragi neofasciste degli anni ’70 e della stazione di Bologna. Ma sempre più spesso si parla di depistaggio anche per alcuni grandi casi giudiziari siciliani: dalla morte di Mauro De Mauro alla strage di via D’Amelio, dal delitto Rostagno a quello del poliziotto Nino Agostino. Il termine è ormai entrato a far parte del lessico comune. Ma cos’è un depistaggio e a cosa serve?

La telefonata anonima, il documento taroccato, il verbale scomparso, la velina fatta uscire sulla stampa al momento giusto, il falso testimone. Questo insieme di cose e di azioni possiamo definirlo “depistaggio”, ovvero un tentativo di deviare le indagini su un fatto criminale. Il meccanismo lo ha spiegato un giovane giornalista, Massimo Veneziani, nel suo volume “Controinformazione” (edizioni Castelvecchi, 2006). “I depistaggi possono essere di tipo sia sottrattivo in cui le prove sono appunto sottratte, sia additivo in cui falsi testimoni danno indicazioni sbagliate o vengono prodotti indizi fasulli. Una forma sofisticata di depistaggio consiste nella piccola ‘correzione’ (tipo una data su un documento) che stravolga l’indagine. Un classico depistaggio è quello suggestivo in cui si mettono insieme alcuni dati verissimi ma assolutamente non in relazione fra di loro, però li si accosta in modo tale che possano sembrare connessi fra di loro, così da suggerire una pista e quindi in qualche modo esercitare una suggestione…”.

Pochi sanno che in Italia non c’è una norma che definisce questo reato, perché semplicemente il reato di depistaggio non esiste nel nostro codice. C’è quello di falsa testimonianza, di abuso d’ufficio, di calunnia e autocalunnia, di favoreggiamento e falso ideologico, ma non quello di depistaggio. Una amnesia del legislatore visto che per aver deviato le indagini sulle stragi neofasciste e su altri gravi reati sono stati condannati generali dei carabinieri, capi dei servizi segreti, ufficiali di polizia giudiziaria. Coloro cioè che avrebbero dovuto risolvere i casi e non inquinarli. Ma perché lo avrebbero fatto? Una risposta illuminante l’ha data uno di questi “infedeli servitori dello Stato”, il generale Gianadelio Maletti: “Nessuno ci aveva mai detto che avremmo dovuto rispettare la Costituzione”.

Aveva ragione allora Leonardo Sciascia quando scrisse, “nessuna verità si saprà mai riguardo ai fatti delittuosi che abbiano anche minimamente attinenza con la gestione del potere”. Dietro la mole impressionante di depistaggi che caratterizzano le grandi inchieste italiane c’è una certezza: che non si voleva né giustizia né verità. Che si è lavorato per non ottenerle, in base ad un assunto che deriva proprio dall’analisi dello scrittore di Racalmuto: “Lo Stato non può processare se stesso”. Se si volesse tradurre il termine depistaggio in dialetto palermitano, si potrebbe usare l’espressione “ammugghiare le carte”, confondere le carte. Ed è proprio sul confondere le carte che lo Stato ha puntato le sue fiches per blindare agli occhi dei cittadini – o meglio, sudditi – il proprio operato. Bastano pochi esempi: risultano mancanti all’appello interi archivi, come quello dell’Antiterrorismo diretto dal generale Dalla Chiesa negli anni ’70. Sono stati saccheggiati e occultati quelli dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale mentre non è dato sapere l’esatto numero degli archivi della Presidenza del Consiglio.

Per restare ad oggi, le carte sulla strage di via d’Amelio sono state ritrovate dai pm di Caltanissetta in condizioni di totale abbandono e nell’archivio del Ros, ad esempio, nulla risulta sugli incontri avuti da alcuni suoi ufficiali con il mafioso Vito Ciancimino nell’estate delle stragi del 1992. Una vera metastasi della segretezza elevata a sistema che costringe a pensare che un regime totalitario ha lasciato paradossalmente tracce di sé più leggibili di questa nostra fragile e incompiuta democrazia.

mercoledì 4 maggio 2011

DAL Forum Addiopizzo laura scrive

Mi chiamo laura e come voi sono una giovane siciliana che è stanca di scendere a compromessi. Il problema sta nel fatto che siamo tutti un pò mafiosi. La mafia in sicilia non è solo un' organizzazione criminale ma è e credo che sarà ancora uno stile di vita. Purtroppo ti rendi conto che per ottenere qualcosa, per costruire qualcosa in questa splendida sicilia è necessario scendere a patti, cercare favori e spingere raccomandazioni. La mia esperienza è poca cosa in confronto a chi ha dato la propria vita contro la mafia.
La mafia è ovunque; la troviamo negli ospedali, negli enti sociali, all' università, per le strade, nei negozi, nelle imprese.
E' qui che mi rendo conto che sta uccidendo i sogni della gente. Perchè in Sicilia sognare di costruire qualcosa è un lusso per pochi.
Mentre scrivo queste parole sento un nodo nel petto che mi stringe come una piovra con la sua preda. Ci fanno credere che per sognare abbiamo bisogno della mafia.
In fondo siamo tutti un pò mafiosi quando cerchiamo il modo più facile di arrivare alle cose, quando scavalchiamo le file in ospedale tramite conoscenze, quando per vincere un concorso è necessaria una raccomandazione, quando per passare l' esame all' università devi farti umiliare, quando il posteggiatore dei candelai ti chiede 2 euro appena posteggi e tu glieli dai, quando per paura di vedere distrutti i tuoi sogni paghi il pizzo, quando un appalto viene ottenuto apparentemente con la procedura di gara e poi in realtà gli altri appaltatori sono stati "gentilmente" invitati ad abbandonare la gara.
Non riesco a credere che la Libertà sia ancora un privilegi